Una pura formalità

C’era un tempo in cui Giuseppe Tornatore era un grande, un grandissimo. Era il 1994, ed il Peppuccio nazionale non girava film per fare cassa o per vincere premi (vedi “Baarìa” e “La migliore offerta” [ed intendo “vedi” solo per far capire a cosa mi riferisco, non ne sto consigliando la visione]) ma per passione verso la settima arte. Già il titolo, “Una pura formalità”, non è casuale. Ad essere pura è, in questo caso, anche la devozione di questo regista verso il cinema, il suo amore verso quest’arte così meravigliosa e a volte così bistrattata da istituzioni, critica, ed anche pubblico. Forse azzardo se dico che, secondo me, Tornatore ora è cinematograficamente finito, ma è solo quello che penso.

Qui non abbiamo un bambino che fa subito simpatia (“Nuovo cinema paradiso”), non abbiamo un ottimo monologo, molto popolare, alle spalle (“La leggenda del pianista sull’oceano”), non abbiamo una donna bellissima (“Malèna”), per dirne qualcuna. Qui abbiamo una pellicola molto particolare, affascinante, misteriosa ed onirica, che vi terrà attaccati al televisore dall’inizio alla fine.

“Una pura formalità” è, tra quelli che ho visto finora (mi mancano “Il camorrista” e “Stanno tutti bene”, che vedrò quanto prima), il film più “onesto” di Giuseppe Tornatore.

La storia è quella di uno scrittore (Onoff, interpretato da Gérard Depardieu) che viene accusato di omicidio e sarà sottoposto all’interrogatorio del commissario, interpretato da Roman Polanski. A verbalizzare il tutto troviamo un giovane gendarme interpretato da Sergio Rubini. La vicenda si svolge in un piccolo paesino sperduto, e piove. In realtà pioverà per quasi tutto il film, e quella della pioggia è solo una delle numerosissime metafore che troveremo all’interno della pellicola. Sì, “Una pura formalità” è disseminato di dettagli, di metafore, di simbolismi, e molti di questi si capiranno solo alla fine della pellicola, e solo (riflettendoci) dopo aver finito di vederla. In questo momento mi viene in mente, ad esempio, l’on-off che compone il nome del protagonista. All’inizio sembra sciocco, invece non è così. È un’opera che fa molto riflettere e che apre la mente. Non è il classico prodotto di Tornatore in cui troviamo (specie all’inizio) scene stupide o inutili. No, qui molte cose che sembrano assurde hanno un senso, e lo si capirà solo più avanti.

Ciò che mi ha colpito di più? La scenografia (di Andrea Crisanti) e la fotografia (di Blasco Giurato), che danno alla pellicola un’atmosfera straordinaria. C’è chi ha parlato di tristezza, io parlerei invece di cupezza, di intimità, di semplicità e di una grande attenzione alle luci. Ci sono classe ed eleganza in questo lavoro, e si vede. La forte attenzione data ai dettagli non passa inosservata, non in questo caso perlomeno.

Ma abbiamo anche una sceneggiatura solidissima (questo sì, molto raro secondo me) dello stesso Giuseppe Tornatore e di Pascal Quignard, che ha scritto alcuni dialoghi. E sono questi a sorprendere: non ci sono le classiche banalità che siamo abituati a sentire. Sono dialoghi (finalmente) profondi, seri, che si rifanno ad altri mondi. E con altri mondi intendo la letteratura ed il teatro. “Una pura formalità” è molto teatrale (il che è un pregio, per come la vedo io) ma le riflessioni che propone derivano anche dalla letteratura e dalla filosofia. Non voglio spaventarvi: non ci si annoia, e sebbene sia una pellicola complessa (per ciò che è proposto, non per come è proposto) è fruibile tranquillamente da chiunque. Nonostante questo, però, è uno di quei classici film che o si amano o si odiano, e per me vale la prima delle due.

Veniamo alla recitazione: Gérard Depardieu, Roman Polanski e Sergio Rubini. Devo aggiungere altro? La scelta degli attori è praticamente perfetta, ed il “duello” (ho usato la parola “duello” perché in certe scene del film c’è un sottile richiamo a Leone, e non stupisce trattandosi di Tornatore) tra Depardieu e Polanski è avvincente ed appassionante. Si ha l’impressione che i protagonisti della storia siano proprio loro, e che non sono invece attori scelti per interpretarla, quella storia. Insomma, sono calati nella parte esattamente come dovrebbe sempre essere per ogni attore.

Per la colonna sonora abbiamo Ennio Morricone, uno che non delude mai (tranne quando copia sé stesso, come ne “La migliore offerta” e, ma solo in parte, qui). Il noto compositore romano ha scritto per questa pellicola, insieme al figlio Andrea, il brano “Ricordare”. Le parole della canzone sono sempre del regista Tornatore, ed il pezzo è cantato in Italiano dallo stesso Depardieu (che nel film è doppiato egregiamente da Corrado Pani, mentre Roman Polanski è doppiato da Leo Gullotta, sempre in maniera impeccabile).

Concludiamo con la regia: il regista siciliano è qui al suo meglio. Tra piani sequenza che stampano un sorriso in volto, inquadrature originali, ed un montaggio davvero notevole, c’è da sbizzarrirsi.

Difetti: forse la parte che prepara al finale, da sempre un vero tallone d’Achille di Tornatore. Rischia di diventare un po’ lunga e di perdersi, ma per fortuna questo rischio viene evitato in tempo. A parte questo, non trovo nulla da segnalare, e non è molto comune.

“Una pura formalità” è un Capolavoro, un film Italiano che non ti aspetti e che andrebbe recuperato al più presto. È un “esperimento” assolutamente riuscito, un piccolo gioiello che ci dà l’occasione di riflettere, emozionarci, e vivere un’ora e quaranta di puro cinema.

 

 

Non bisognerebbe mai incontrare i propri miti. Visti da vicino ti accorgi che hanno i foruncoli. Rischi di scoprire che le grandi opere che ti hanno fatto sognare tanto le hanno pensate stando seduti sul cesso, aspettando una scarica di diarrea.

(Onoff)

 

Due rette parallele non si incontrano mai. Tuttavia, è possibile immaginare l’esistenza di un punto così lontano nello spazio, ma così lontano nell’infinito, da poter credere e ammettere che le due rette vi si incontrino. Ecco! Chiameremo quel punto, punto improprio.

(Onoff)

 

Per non morire d’angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle.

(Onoff)

 

Se gli scrittori sapessero in che bocche andranno a finire i loro scritti, si taglierebbero la mano.

(Onoff)

La grande bellezza

“La grande bellezza” è tristissimo.

Perchè esordisco con questa frase? Perchè molto probabilmente, quando amici e/o familiari vi consiglieranno la visione di questo prodotto, vi diranno: “È bello, fa anche ridere!”.

No.

Non è così semplice. Parliamo di un aggeggio complesso, e soprattutto tanto bello quanto furbo. Paolo Sorrentino non è nato ieri, ed è riuscito a dare vita ad un qualcosa “praticamente” inattaccabile. Se si dice che è inverosimile, si potrebbe avere come risposta: “Eh, ma lo dice all’inizio che potrebbe essere tutto inventato”. Se si dice che è pieno di stupidaggini e cose fuori luogo, si potrebbe avere come risposta: “Eh, ma parla del niente, della mediocrità, della decadenza, di ciò che è vacuo”. Praticamente, come caschi, caschi male.

Possiamo considerare questa, del regista, una dote? Di certo, sotto certi punti di vista lo è. Per come la vedo io, lo è più “commercialmente” che cinematograficamente, ma purtroppo cos’è che conta davvero in questo mondo? Il vile denaro o la qualità? Guardate gli incassi di “To the wonder” di Terrence Malick, e troverete la triste risposta.

“La grande bellezza” invece di soldi ne ha fatti tanti. Perchè? Semplice, è incredibilmente popolare, nella sua accezione anche negativa.

Torniamo all’aggettivo “tristissimo”: diverse battute del prodotto sembrano prese di peso da un cinepanettone, e la presenza di Carlo Buccirosso di certo non aiuta, in questo senso. Magari vedi una scena bellissima, ma in quella successiva c’è sempre una frase, una battuta, che rovina tutto. La mia impressione è che Paolo Sorrentino abbia concesso troppo al pubblico. Troppe concessioni appunto, troppi compromessi, ed il risultato è che, apparentemente, sembra non aver preso posizione. È rimasto un po’ nel mezzo.

Tenta di rifarsi a Malick (ma non ci riesce), tenta di fare una commedia (ma non ci riesce), tenta di parlare di arte (ma non ci riesce), tenta di mostrare la bellezza femminile (ci riesce, ma a che prezzo?). Altra componente concessa in gran parte al pubblico: il nudo femminile. E sappiamo benissimo che non tutti vedono il nudo (al di là del contesto) allo stesso modo, e che è proprio questo, insieme alle battute sciocche di cui sopra, ad attirare una fetta consistente di pubblico. Avrei preferito di gran lunga un Sorrentino più coerente: il problema è che lo avrei preferito io, non il pubblico. Il regista napoletano è davvero bravissimo nel mostrare il vuoto, la bruttezza (più che la bellezza del titolo!), l’apparenza e tutto ciò che è effimero. Il punto è: il suo obiettivo era davvero questo, o ci è arrivato solo trasversalmente, lateralmente, indirettamente? Voleva portare in sala qualcosa di brutto, o voleva mostrare la bruttezza in questo qualcosa? Di certo un regista non parte con l’intenzione di concepire cose che a lui non piacciono, ma ciò non toglie che egli ci possa riuscire (suo e nostro malgrado) lo stesso.

Io, a differenza di molti, moltissimi, non mi aspettavo un tributo/ringraziamento/omaggio a Roma. Sono andato al cinema (relativamente) “al buio”, ma mi aspettavo di vedere una sorta di descrizione e dedica all’arte, in tutte le sue forme. Quello che mi sono trovato davanti è stato diverso, però non solo in termini di contenuti (che sarebbe stato più che accettabile, per carità) ma anche di qualità.

Per tutta la parte iniziale ho pensato: “Ma ho pagato 8 Euro e 50 per vedere delle feste? A saperlo mi andavo a vedere “Il grande Gatsby””. Tralasciando il tono di battuta con cui ho pensato questo (non ho visto “Il grande Gatsby”, potrebbe benissimo essere difforme da ciò che immagino), la sostanza rimane. C’è tutta una prima parte fatta di feste, per mostrare la vita insensata (in realtà quella di tutti lo è, ma questo è un altro discorso) del protagonista Jep Gambardella (interpretato da Toni Servillo). Ecco, vedete, qui torniamo all’inattaccabilità di cui parlavo prima: probabilmente era intenzione del regista il fatto che quelle scene non avessero alcun senso. In questo è stato molto bravo, non c’è dubbio. Fatto sta che questo Gambardella ha scritto un solo libro in vita sua, ora fa il giornalista, e non si sa bene come è pieno di soldi ed abita appena di fronte al Colosseo. Altra costola dell’inattaccabilità, che accennavo prima: “Lo dice subito che è una rappresentazione di fantasia, ti avvisa”. Comodo, no?

“La grande bellezza” è pieno di attori, personaggi, spesso messi lì a casaccio solo per una scena che non offre nulla di significativo. Ricordate “Baarìa” di Giuseppe Tornatore? Ecco, in questo senso a me lo ha ricordato tantissimo, anche se lì l’operazione era spinta ancora di più al massimo, in maniera indecente.

Toni Servillo rimane il protagonista, lui sì davvero inattaccabile ma per meriti professionali evidenti ed innegabili.

La regia di Sorrentino è sicuramente egregia in più frangenti, teatrale nella prima parte (dopo le feste). Il dispiacere sta nel fatto che questa bravura sia contaminata ed intervallata da una grandissima mediocrità. Ne risente molto il prodotto finale, in maniera secondo me determinante. Sono quasi sicuro che, se il regista fosse stato coerente nel suo stile e nelle premesse, a quest’ora avremmo davanti un capolavoro.

Le riflessioni sull’insensatezza della vita, sulla temporaneità della bellezza (che si vede a tratti, a sprazzi) sono probabilmente i momenti più alti di tutta l’operazione. Il problema è che anche questi, appunto, sono solo momenti in un prodotto di una durata decisamente eccessiva.

La colonna sonora è quasi tutta di qualità, alcuni pezzi di musica classica mi hanno ricordato “The tree of life”, ma questa è una questione personale. Non mi sembrava fossero gli stessi brani, solo simili. Ci sono anche dei richiami a Max Richter.

La sceneggiatura fa acqua da più parti, e si tenta di tapparne i buchi proprio con l’abilità registica di Sorrentino. A volte ci si riesce, a volte no, e rimane il rammarico.

Per la recitazione, come dicevo prima Servillo è sempre un numero uno: impossibile non sorridere appena lo vediamo inquadrato la prima volta, con quell’espressione fortissima che solo lui sa fare. Il problema è il resto: Carlo Buccirosso, Isabella Ferrari, Serena Grandi, Sabrina Ferilli, mettiamoci anche Carlo Verdone (quello che se la cava “meno peggio”) e addirittura Antonello Venditti. Una sola domanda: perchè?

L’effetto “Baarìa” si fa sentire, a volte da morire, altre meno. Che cosa intendo con “effetto Baarìa”? No, Bagheria in sé non c’entra niente, parlo del penultimo prodotto di Tornatore. Mi spiego meglio: in questa “recensione” non ho mai usato il termine “film”. È casuale? Certo che no. “La grande bellezza”, infatti, non è un film. “La grande bellezza” è un prodotto industriale, costruito ad arte, intorno ad un tavolo, in nome del Dio denaro. È un prodotto costruito per vendere (incassare), piacere al pubblico. Come dicevo prima, è un prodotto fortemente popolare. E quando costruisci qualcosa appositamente per il pubblico, che è a dir poco mediocre, è ovvio che il risultato finale rispecchi almeno in parte questa mediocrità. Ho citato il fatto degli attori, dei nudi femminili (non sempre inutili, ma spesso sì, nel complesso), ma tra gli altri ne manca un altro: i luoghi comuni. Ci sono tante citazioni e tanti luoghi comuni, ma se le prime vanno bene (danno una mano anche alla sceneggiatura), i secondi infastidiscono.

Paolo Sorrentino fa l’errore, tra gli altri, di credere che il romano sia necessariamente cafone (penso al personaggio di Sabrina Ferilli). Basta con questa storia, è ingiusto: è come dire che il napoletano ruba ed il siciliano è mafioso. Sono luoghi comuni che lasciano il tempo che trovano, e se attraggono il pubblico, di certo respingono la verità.

Meriti che do a Sorrentino: aver portato sullo schermo un prodotto complesso (ma complesso quanto confuso, in verità), aver sfoggiato in diversi casi le sue abilità tecniche, aver posto riflessioni importanti, purtroppo subito “oscurate” da cose ben più effimere. Ci sono comunque battute che funzionano benissimo.

Cosa non mi è piaciuto: le intenzioni, la malafede con cui (almeno in Italia, sugli altri paesi non mi posso pronunciare) si costruiscono prodotti internazionali con un intento ben preciso, con uno schema diabolico. Si insegue la quantità (di soldi), non la qualità. A questo si ricollegano gli attori scelti (fatta eccezione per Toni Servillo), le battute a volte da cinepanettone, i nudi femminili quando non servono, i luoghi comuni. Tutto il resto, praticamente.

Uscito dalla sala, mi è rimasta una profonda tristezza: sia per ciò che è rappresentato, sia per come è rappresentato. Ma forse, chissà, alla fine la prima e la seconda cosa si incontrano volutamente. Tutto questo Sorrentino lo sa meglio di noi: “La grande bellezza”, d’altronde, “è solo un trucco”.

La migliore offerta

Riassumere gran parte de “La migliore offerta” in poche parole è semplice: i due protagonisti si incontrano in maniera burrascosa, si conoscono meglio, poi litigano, si riappacificano, approfondiscono il loro rapporto, litigano nuovamente ed il ciclo ricomincia. Per la quasi totalità del film, lo schema seguito da Giuseppe Tornatore è questo. L’uso della parola “ciclo” non è casuale, perché l’impressione, vedendo il prodotto finale, è di assistere ad un susseguirsi di scene meccaniche atte a preparare lo spettatore a quello che è il grande colpo di scena finale. La meccanica è un tema che ricorre: si parla di arte, è vero, ma anche di automi (chi ha detto “Hugo Cabret”?), e di “aggiustare” oggetti.

I due protagonisti di cui parlavo all’inizio sono Virgil Oldman (Geoffrey Rush) e Claire Ibetson (Sylvia Hoeks). Il primo è un banditore d’aste, ed esperto d’arte più in generale, molto famoso, mentre la seconda è una donna con diversi problemi. Dire di più della trama mi risulta difficile, giacchè così facendo finirei inevitabilmente per svelare il colpo di scena finale, ovvero il motivo per cui il film è stato creato.

Elogiato praticamente all’unanimità dalla critica e dal pubblico (per motivi che personalmente non capirò mai), “La migliore offerta” è un film Italiano la cui versione originale non è in Italiano. Sì, perché è girato in Inglese, con attori stranieri. Potrebbe qui partire un discorso (anche politico) sulla questione, ma d’altronde è pur vero che non è neanche una novità. Cos’è cambiato dai tempi di Sergio Leone e Dario Argento? È cambiato che qui di attore italiano non ce n’è neanche uno, e che il livello dei doppiatori italiani, negli ultimi anni, si è abbassato notevolmente (nella media, perché per fortuna delle vette ci sono ancora). Tutto ciò dovrebbe far riflettere non solo i vertici della cultura in Italia (dove sono?), ma anche dello Stato. Perché è vero che il cinema è un tema notevolmente meno importante di altri, ma è altrettanto vero che è un sintomo, un segnale, di come vadano le cose da queste parti. Abbiamo perso valore, e continuiamo a perderlo con una velocità incredibile a causa della globalizzazione, della scarsa competenza (o meglio, della malafede) di chi è al potere, e della nostra “cara” (in termini economici) Europa. Vale per la lingua, vale per l’arte e la conoscenza, vale per l’industria.

Sì, perché “La migliore offerta” non sembra un’opera d’arte, ma un prodotto industriale creato ad hoc. È uno di quei film che deve essere “bello per forza”, per il quale ormai i mass media hanno terminato la lista di aggettivi positivi per promuoverlo. Ha richiesto tantissimi investimenti, quindi va fatto passare come un capolavoro, a tutti i costi. È così che ragionano i “vertici”, anche qui, nella provinciale colonia degli Stati Uniti d’America chiamata Italia.

Cosa non funziona ne “La migliore offerta”? Tutto.

Film lungo (nonostante duri circa due ore, che come minutaggio non è tantissimo) che si trascina fino alla fine con stanchezza, pesantezza, ridondanza, retorica e ripetitività. L’immagine è quella di un maratoneta che taglia il traguardo sfinito.

La sceneggiatura è costruita, come già ho detto, attorno al colpo di scena finale. Una cosa che non ha senso, una scelta suicida (anche la sceneggiatura è di Giuseppe Tornatore, che invece avrebbe fatto bene ad affidarsi almeno ad un collaboratore) che pesa in maniera determinante sul risultato finale dell’opera. E vi assicuro che rivedere il film una seconda volta (è mia consuetudine guardare una pellicola più volte, spesso perché mi è piaciuta, altre volte per togliermi dei dubbi, come in questo caso) è una sofferenza. Sì, perché rivedere il tutto una seconda volta, purtroppo, non fa che confermare i difetti del lungometraggio, e la mia tesi su quanto i primi novanta minuti siano costruiti in funzione degli ultimi trenta.

Quanto alla recitazione, trovo che il doppiaggio rovini il lavoro di G. Rush e degli altri. Non so, forse è una considerazione personale basata sul fatto che fa un effetto troppo strano vedere un film di Tornatore doppiato da attori che non sono quelli che recitano nella pellicola stessa (o che recitano in presa diretta). Bisognerebbe vederlo in versione originale (quindi in Inglese) per potere giudicare meglio, ma perdonatemi, non lo rivedrò una terza volta.

Non si capisce dove voglia andare a parare, “Peppuccio”. Già ne “La sconosciuta” aveva mischiato dei generi, ma qui è andato oltre. Commedia? Thriller? Dramma? Storia d’amore? Di “Cloud Atlas” non ne escono tutti i giorni, se quindi decidi di mischiare tanti generi diversi lo devi fare seguendo comunque una linea, e sapendolo fare. Qui invece vedo grande confusione.

Tra ricerche, aste (neanche fosse un programma di History Channel) e piccoli richiami pornografici/feticisti (velocissimi, ma neanche troppo velati), non sai mai cosa aspettarti. Ed il problema è che, nonostante questi cambi di registro, non si ha l’effetto sorpresa, non si ha curiosità, ci si annoia e basta.

La colonna sonora è di Ennio Morricone, ed è stata una delle componenti che mi ha fatto infuriare. Chi mi conosce sa che il Maestro Morricone è il mio idolo, vado spesso ai suoi concerti, amo le sue colonne sonore ed una parte dei film da lui “musicati”. Orbene se tu, Maestro, mi scrivi un tema finale che è quasi identico ad uno dei temi musicali principali di “C’era una volta in America”, mi uccidi. Non solo perché “C’era una volta in America” è una pietra miliare del cinema, ed un’opera immensa e senza limiti scolpita nel cuore di ogni cinefilo, ma anche perché rischi di scrivere una colonna sonora più bella del film che deve accompagnare. E questo, con Morricone, in passato è accaduto spesso (lo ha ammesso anche lui!). Se ci aggiungiamo che spesso Tornatore è stato (ingiustamente) paragonato a Leone, e che anche la colonna sonora di “C’era una volta in America” è dello stesso Morricone, il disappunto è totale.

Questo è un problema che si ripercuote anche nel montaggio (nello specifico quello sonoro): alcune scene non c’entrano nulla con la musica che le accompagna. È come mettere un intero concerto di Mozart in un film, senza una logica. O, più concretamente, l’effetto è quello dei montaggi che la gente fa su YouTube. Roba che va bene per YouTube appunto, anche per un programma televisivo Mediaset, ma non per il cinema. La colonna sonora è importantissima in una pellicola, e deve essere usata con criterio. A tutti noi piace la musica di Morricone, a Tornatore per primo, ed è difficile pensare che tutto ciò non lo abbia influenzato nel suo lavoro (per la serie: “No, non posso togliere questo tema, lo metto in questa scena”). È un peccato, perché ha finito per fare del male al suo film in questo modo. In alcune scene, infatti, la colonna sonora è superflua o, peggio, addirittura fastidiosa. Manca il senso della misura. Accadeva già in “Baarìa”, ma qui forse la situazione è anche peggiore, perché viene il dubbio che la musica serva a coprire dei vuoti.

La regia è di buona qualità (almeno questa!), sebbene lo stile sia molto classico. Per me un pregio, ma qui manca il resto. Non abbiamo innovazioni nel campo visivo, e la fotografia è buona ma non eccellente (comunque d’effetto le scene nella stanza segreta di Virgil, con l’insieme dei ritratti).

Altro grande difetto ricorrente di Tornatore: non lascia spazio all’immaginazione. Accadeva (tra gli altri) nella versione integrale di “Nuovo cinema paradiso” (per fortuna non in quella ridotta, che amo), accadeva in parte ne “La leggenda del pianista sull’oceano” (ma in maniera sopportabile), accade qui. Cinema significa anche far sognare, immaginare, lasciare che lo spettatore crei una propria storia all’interno della storia. Con i libri è più facile, col cinema più difficile, ma Tornatore avrebbe tutti i mezzi per farlo e invece, puntualmente, non lo fa. Sembra che abbia quasi un’ossessione per il disvelamento dei dettagli anche più piccoli della trama. Lo capirete nel finale che è davvero, come dicevo, trascinato come uno schiavo dopo che è stato picchiato al termine di un turno di lavoro di 12 ore (ho cambiato metafora).

Quindi, ricapitolando, abbiamo quattro “Ciak d’oro” (su dieci nomination totali), tredici (!) nomination ai David Di Donatello (che saranno consegnati Venerdì 14 Giugno in diretta televisiva) e chissà quanti altri premi passati e futuri, per un film che è per certo uno dei più sopravvalutati degli ultimi anni. Schematico da morire, senz’anima, perfino maschilista (non a caso è stato molto amato dalle donne).

Lo consiglio: al mio peggior nemico, però. Se questa è la migliore offerta, non oso immaginare quale sarebbe stata “La peggior proposta”.

 

 

Un giorno devi andare

Come si fa a parlar male di questo film? Non lo so, non lo so davvero. “De gustibus non disputandum est”, sì, ma io obiettivamente fatico a trovare difetti a quest’opera.

– “Un giorno devi andare”: chi, deve andare?

Augusta, donna italiana di 30 anni.

– “Un giorno devi andare”: dove?

In Amazzonia, con suor Franca, amica della madre.

– “Un giorno devi andare”: perchè?

Perchè il marito l’ha lasciata dopo che ha saputo che non può avere figli; per cercare di lenire il suo dolore; per (ri)scoprire il senso della vita, i valori.

Queste sono probabilmente le tre domande che vengono subito in mente a chiunque legga il titolo di questo film per la prima volta. E il bello è che sono solo le prime di una lunga serie, quando poi si va al cinema.

Se dovessi incasellare obbligatoriamente “Un giorno devi andare” in un genere o in un range di film, direi che è una via di mezzo tra “The Mission” di Roland Joffé e “Into the wild” di Sean Penn, con elementi de “Il villaggio di cartone” di Ermanno Olmi. Ma ovviamente è solo una considerazione personale basata sulla mia scarsa cultura cinematografica. Sarebbe riduttivo, infatti, ricollegare questo film ad altri, o fare dei paragoni.

Come dicevo, “Un giorno devi andare” pone domande, tante domande. È un viaggio di quasi due ore alla ricerca di sé stessi. Essendo in Amazzonia, molto intelligente è la scelta del regista Giorgio Diritti di far recitare gran parte del film in portoghese: ciò accentua di molto l’immedesimazione del pubblico con i personaggi.

Ho letto le critiche più diverse riguardo a questo lavoro: lento, senza emozioni, protagonista che non sa recitare, e via discorrendo. Non so cosa consigliare a queste persone, ma se questo è davvero ciò che è rimasto loro dopo la visione del film, c’è qualcosa che non va, secondo me.

Probabilmente, lo hanno ritenuto lento perchè non ci troviamo di fronte al kolossal americano con effetti speciali a iosa, azione ecc. Qui, l’azione principale che è richiesta è quella del proprio cervello. Si ammira, ci si interroga, si ascolta. Ecco, possibilmente “Un giorno devi andare” va visto con il massimo silenzio possibile. Esperienza che, purtroppo, al cinema è sempre più rara a causa della dilagante ed estrema maleducazione, ignoranza ed allo scarso rispetto verso il prossimo da parte della gente. Come questo non è un film per tutti, neanche la sala cinematografica lo è (almeno in queste occasioni). Ci sono tanti passatempi tra cui scegliere, e la gente deve capire che quando si va al cinema è come se si andasse in biblioteca: bisogna tacere. Detto questo, i film lenti sono quelli senz’anima, senza un fine, senza un significato, senza una direzione. Non è questo il caso.

Le emozioni non mancano. Il percorso intrapreso dal personaggio di Augusta è quello che ciascuno di noi potrebbe intraprendere. Decidere di lasciare tutto ed andare dall’altra parte del mondo, per cercare di aiutare chi ne ha bisogno (prima) e sé stessi (poi), è una scelta molto coraggiosa ma che di certo ripaga. Quando dico che le emozioni non mancano, lo dico anche per questo. Il modo in cui il personaggio interpretato da Jasmine Trinca affronta la situazione, rende il personaggio stesso molto vicino a noi, molto umano. Intensità e sensibilità trasudano da ogni scena, ed il merito ovviamente è anche dell’attrice protagonista.

Una storia che affronta questioni così universali come (tra le altre) la religione, il senso di colpa degli esseri umani e la ricerca del senso della vita, può essere interpretata in diversi modi, con diverse sfumature. Tant’è che, ad esempio, lo stesso regista ci fa vedere la storia dal punto di vista della protagonista, ma anche dal punto di vista della madre e della nonna che sono rimaste in Italia, di suor Franca, e di una ragazza brasiliana. Tutto questo per far capire la grandezza dei temi trattati.

Personalmente, ci ho visto un atto d’accusa verso gli esseri umani. Suor Franca rappresenta la Chiesa, e ciò che vediamo è una suora che cerca di battezzare dei bambini, di insegnar loro qualche preghiera, ma sempre “dall’alto”. Mi spiego: la concretezza deriva da Augusta, quando decide di andare a Manaus, nelle favelas, per cercare di riscoprire (come dice lei) “la Terra”. Suor Franca e gli altri stanno a guardare, più che altro. E come sta a guardare suor Franca, stiamo a guardare anche noi. Il “senso di colpa” che viene evocato nel film è anche questo. Tutti siamo colpevoli, fin quando non decidiamo di cambiare le cose dove c’è bisogno di cambiare le cose. Augusta lo fa, ci prova perlomeno, gli altri invece?

Ma Giorgio Diritti ci fa anche vedere che le colpe vanno ricercate nella stessa popolazione che va aiutata, in alcuni casi. C’è chi, per denaro, si vende e tradisce la propria comunità, per la gioia dei potenti e il rammarico del resto della comunità.

Ed è così che Augusta resta sola. La ragazza che pensa troppo si isola, perchè il senso della vita ed i valori, negli altri, non li ha trovati.

Di scene bellissime, in “Un giorno devi andare”, ce ne sono tante. A me viene in mente una delle tante contraddizioni mostrate. In un momento della sua vita in Sudamerica, Augusta finisce per fare le pulizie in una palestra. È un’immagine secondo me potentissima, che mostra le differenze tra un mondo più naturale (quello degli Indios, delle piccole comunità come quella che frequenta Augusta) ed uno più artificiale (quello industrializzato, il nostro insomma). La palestra è il luogo che rappresenta, per eccellenza, la globalizzazione, il capitalismo, il nostro mondo frenetico. Tutto ciò che si fa in palestra lo si potrebbe tranquillamente fare nella natura. Invece no, noi preferiamo andarci a rinchiudere per ore in un luogo, appunto, chiuso. Preferiamo correre sul tapis roulant, anziché in mezzo agli alberi, con lo sguardo rivolto al cielo. Preferiamo alzare dei pesi, anziché dei rami. E ancora preferiamo nuotare in piscina, anziché nel mare o nel fiume. Magari quando Giorgio Diritti ha deciso di far fare questo lavoro ad Augusta, non aveva pensato a questo. Ma a me questo è venuto in mente.

“Un giorno devi andare” è un film di Donne, di Donne con la D maiuscola. Augusta è certamente una grande Donna, che ha capito che bisogna mettere la felicità al primo posto e che bisogna, come dice lei, “sporcarsi le mani”. È una che non si piega, che va avanti per la sua strada incurante di tutto il resto. Non nascondo che il suo personaggio mi ha affascinato davvero tanto, e ritengo che vada preso come esempio da tutti noi.

La colonna sonora è buona, ed aggiungo che io ritengo i silenzi parte integrante della colonna sonora, quindi…

La regia non ha bisogno di parole, ma di spettatori. Lasciatevi ammaliare dalle splendide ambientazioni, dai colori, dai movimenti di camera, dalle genialate come ad esempio le fotografie alla casa che viene portata via dal fiume.

La sceneggiatura è interessante, specie nell’intreccio tra i diversi punti di vista dei vari personaggi, come già detto.

Concludendo, “Un giorno devi andare” è un’esperienza che va fatta almeno una volta. Magari non ritroveremo noi stessi, ma rifletteremo su come ritrovarci. È un film che segna, e che dopo la visione si ricorderà a lungo. Forse, come dissi per “Into the wild”, può cambiare la vita.

 

 

 

Augusta

“Io sono scappata dal dolore, ma ovunque io provi a guardare è lì, dentro di me!”

 

Viva la libertà

Una cosa che adoro nella mia vita di amante dell’arte cinematografica, è entrare in una sala credendo di vedere un buon film, ed uscirne con la consapevolezza di aver visto invece un ottimo film. E’ una cosa che accade molto più raramente di quanto non si creda, ma con “Viva la libertà” è accaduto.

Quando si pensa al cinema italiano, ai giorni nostri, si pensa o ai classici cinepanettoni che qualcuno pretende ancora di spacciare come divertenti, o alle commedie senza capo né coda (possibilmente con protagonisti che non sono attori ma “cani”), o al limite ai film d’autore che vengono visti come se fossero il diavolo e che incassano poche migliaia di Euro.

Roberto Andò riesce nella difficile, rara, encomiabile impresa di realizzare una pellicola italiana che riesca a far profondamente riflettere senza essere per questo di nicchia (le persone che hanno voglia di riflettere e tormentarsi al cinema, almeno in Italia, lo sono), ma anzi di facile ricezione per il pubblico. Non solo “Viva la libertà” non è un film né noioso, né pesante, ma addirittura riesce a divertire (in alcune scene anche tanto, almeno per i miei gusti) e a far “volare” un’ora e mezza di tempo.

Si parla di politica, politica italiana per l’appunto. E il modo in cui viene descritta non poteva essere più vicino alla realtà, anche in termini temporali. C’è il leader del principale partito di opposizione che viene accusato da più parti di aver distrutto il partito portandolo alla catastrofe e facendogli perdere un sacco di voti, ci sono i componenti del partito stesso che si sfregano le mani speranzosi di rubare la poltrona al leader in declino, e c’è il braccio destro del segretario del partito che non sa più da che parte stare. Aggiungeteci un personaggio considerato pazzo (ma che in realtà non potrebbe essere più lucido, e che fa capire perchè i pazzi dovrebbero essere amati ed ascoltati un po’ di più) ed il gioco è fatto.

Il protagonista assoluto ed indiscusso del film è Toni Servillo. Un attore magistrale, eccezionale, di sicuro uno dei migliori che abbiamo in Italia se non il migliore in assoluto. La sua interpretazione è l’ennesima, incredibile dimostrazione della sua poliedricità e delle mille facce che riesce ad assumere quando è sullo schermo, con una straordinaria naturalezza. Dovrebbe essere la regola di un po’ tutti gli attori, sempre, ma non lo è. Al suo fianco troviamo un Valerio Mastandrea stranamente fuori fuoco, in un ruolo molto diverso da quello in cui siamo abituati a vederlo. Spiace dover sacrificare le sue grandi doti recitative (schiettezza, stralunatezza, sarcasmo ed ironia fuori dal comune, tra le altre) al servizio del personaggio principale che è appunto quello di Toni Servillo, ma il cinema è anche questo. E’ un Mastandrea un po’ spento, ma è sempre lui, e speriamo di rivederlo presto fornire prestazioni pari a quelle vissute in “Cose dell’altro mondo”, “La prima cosa bella”, o “Non pensarci”, tanto per citarne alcuni. Alla fine per un attore, e lo capisco perfettamente, ogni tanto è bello cambiare.

“Viva la libertà” può essere davvero interpretato in tanti modi: è sicuramente una perfetta fotografia della situazione politica italiana attuale (e non solo attuale, purtroppo) vista dagli occhi dell’opposizione (quindi non vi aspettate un Cetto La Qualunque, per dire), ma non si limita a fotografare una situazione complicata e basta. La analizza, cercando di capire dove si è sbagliato, provando ad indicare come vi si potrebbe porre rimedio e mostrando sorprendenti parallelismi tra politica e cinema. Non esonera nessuno da responsabilità, e quindi (in alcune scene in particolare) invita lo spettatore/elettore a riflettere sul fatto che se siamo in una brutta situazione politica la colpa è anche (anche? Solo?) sua. E ancora, si prende beffa di lui mostrandone la sua ingenuità, il suo disinteresse, la sua fiducia che ormai si è tramutata in fiducia dettata solo dalla disperazione e dall’incapacità di reagire.

Non stiamo parlando infatti di un film di “fatti”. In “Viva la libertà” ci sono tanti dialoghi, promesse, discorsi, “lezioni”, ma sono solo chiacchiere, non fatti, o meglio non fatti concreti in favore del popolo. Questo è un altro punto chiave della nostra politica che è stato fotografato eccezionalmente: la ricerca da parte dell’elettore medio di un oratore, di un guru, un uomo carismatico che ha sempre la risposta pronta e che fa promesse che fanno sognare e sperare. Il film si ferma qui, nel punto giusto, senza mostrare se il cambiamento delle parole corrisponderà a quello dei fatti. Un nuovo leader? Un modo di porsi diverso? Una dialettica migliore? Basta questo a cambiare gli eventi? Le risposte, le riflessioni, e le dovute conclusioni, spettano a noi.

Bonus: colonna sonora sublime e un omaggio, negli ultimi fotogrammi, a Sergio Leone. Già questo vale il prezzo del biglietto.

 

 

Dici: per noi va male.  Il buio cresce.  Le forze scemano.  
Dopo che si è lavorato tanti anni  
noi siamo in una condizione  più difficile di quando  si era appena cominciato.  
E il nemico ci sta innanzi  più potente che mai. 
 Sembra gli siano cresciute le forze.  
Ha preso una apparenza invincibile.  
E noi abbiamo commesso degli errori,  non si può negarlo.  
Siamo sempre di meno.  Le nostre parole d’ordine sono confuse.  
Una parte delle nostre parole  le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili. 
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?  Su chi contiamo ancora?  
Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente? 
Resteremo indietro,  senza comprendere più nessuno  e da nessuno compresi?  
O contare sulla buona sorte?  Questo tu chiedi.  
Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.

(“A chi esita”, Bertolt Brecht)